di Franco Berardi "Bifo"
Le Monde del 19 luglio 2007 riferisce che Durex, il gigante del preservativo, la grande corporation produttrice di condom, ha commissionato un'indagine all'Istituto Harris Interactive. Sono stati scelti ventisei paesi di culture diverse. In ogni paese sono state intervistate mille persone su una questione semplice: quale soddisfazione provano nel sesso. Solo il 44% degli intervistati ha risposto di provare piacere nella sessualità. Può darsi che i bipedi post-moderni provino piaceri raffinatissimi nel lavoro o nella guerra, chi lo sa. Ma certo l'amore non riscuote grande successo di pubblico, tanto più che è difficile credere che tutti i quarantaquattro su cento abbiano detto la loro intima verità, quella che corrisponde al loro più profondo sentimento, mentre possiamo star certi che i restanti 66 sono infelici davvero. Sto sparando cazzate? Lo ammetto, sto sparando cazzate. Come si può misurare il piacere? Non si può. Però si può credere alla percezione del vissuto che un numero crescente di persone manifesta (anche se cerca di non ammetterlo). Le spiegazioni che sessuologi psicologi e sociologi forniscono su queste cose sono in generale poco interessanti: la crisi del desiderio sarebbe causata dalla liberazione dei costumi sessuali, dalla mercificazione del corpo umano, o dalla banalizzazione mediatica del sesso. Spiegazioni che spiegano poco. Lucy Vincent, una neurobiologa intervistata dal giornale Le Parisien a proposito dell'indagine della Durex, offre un'interpretazione intelligente sebbene un po' sintetica: " On ne s'accord plus assez d'attention ". Non siamo più in grado di dare attenzione a noi stessi. Questa sì che è interessante.Non abbiamo abbastanza tempo per fare attenzione a noi stessi e a coloro che vivono intorno a noi. Presi nella spirale della competizione non siamo più capaci di capire nulla dell'altro.L'attenzione, facoltà cognitiva che rende possibile la piena percezione di un oggetto mentale (il nostro proprio corpo, per esempio, o il corpo della persona che accarezziamo) è disponibile in quantità limitata, tanto è vero che negli ultimi anni alcuni economisti (veri e propri becchini dell'anima umana) hanno cominciato a parlare di Attention Economy . Quando una risorsa diviene oggetto di quella scienza necrofila, vuol dire che è diventata una risorsa scarsa.Nelle società postindustriali l'attenzione è una risorsa scarsa, tanto è vero che ci sono tecniche per ottimizzarla. Essa viene assorbita in maniera crescente dalla competizione, è naturale che di attenzione ne resti poca per un'attività che non può aver nulla a che fare con la competizione e con la produttività. A riprova di questa ipotesi l'indagine della Durex offre i seguenti dati disaggregati: solo il 15% dei giapponesi dichiara di provare soddisfazione nel sesso, solo il 25% dei francesi (che pure dichiarano di farlo più spesso di tutti gli altri), mentre tra i messicani il 63%, e tra i nigeriani (i più felici di tutti, visto che l'unico lavoro competitivo che possono svolgere consiste nel rubare petrolio dai tubi che gli occidentali costruiscono alla periferia dei loro villaggi) addirittura il 67%.
La caduta tendenziale del saggio di godimento è forse la legge fondamentale dell'economia del nostro tempo.Non è certo possibile quantificare la sofferenza, il disagio, l'infelicità sessuale. Eppure
sono convinto che in questa crescente infelicità da disattenzione si trovi il punto decisivo per le strategie politiche del tempo a venire, perché la disattenzione è l'effetto dello sfruttamento competitivo cui l'organismo cosciente e sensibile è sempre più intensamente sottoposto. La sensibilità è il punto decisivo. Sensibilità è la facoltà del comprendere quei segni che non possono essere verbalizzati, cioè codificati in maniera discreta, verbale, digitale. Quanto più l'attenzione umana viene assorbita dalla verbalizzazione, dalla codificazione digitale, dalla modalità connettiva, tanto meno sensibili sono gli organismi coscienti.Infelicità può significare forse proprio questo: coscienza senza sensibilità. Coscienza priva della grazia, coscienza incapace di conoscere l'armonia tra gioco cosmico e deriva singolare. Singolarità disarmonica.I neo-umani delle prime generazioni post-alfa non sono asessuati né de-sessualizzati, al contrario. Il sesso è sempre più pubblicizzato sempre più largamente disponibile sugli scaffali dell'ipermercato globale. Il sesso occupa sempre il il centro della scena del discorso pubblico e anche del discorso privato. Ma all'iper-sessualizzazione tardo-moderna corrisponde una crescente de-sensibilizzazione, perché il tempo per occuparci di noi ci è stato sottratto da quando l'attenzione è stata messa al lavoro.
Pensioni e Precarietà : un contributo a partire dal dibattito della Festa di Liberazione provinciale a Genzano
La necessità di una forte mobilitazione in autunno è sempre più urgente. Una manifestazione che interpreti il disagio, la delusione e la contrarietà agli ultimi accordi che il governo ha fatto sulle pensioni e sulle modifiche alla legge 30.
Tanti elementi ci dicono che questi provvedimenti contraddicono le linee del programma dell’Unione che parlava di abolizione dello scalone e superamento della legge 30.
Rifondazione ha giudicato negativa la revisione dello scalone pur riconoscendo alcuni elementi positivi nell’intesa sulle pensioni (il diritto ad andare in pensione con 40 anni di contributi senza limiti d’età, la riduzione di tre anni dell’età pensionabile per i lavori usuranti, pesanti, notturni, sulla catena di montaggio; ma per questi lavoratori il governo ha introdotto una grave e provocatoria novità, un tetto di 5000 uscite l’anno il che riduce la platea degli interessati), alcuni segnali di equità (una quota di solidarietà per coloro che hanno pensioni alte, il taglio del vitalizio dei parlamentari) e alcune misure per i giovani (la possibilità di colmare i vuoti contributivi per i lavoratori con contratti a termine e il cumulo dei periodi contributivi, il riscatto della laurea).
La proposta di Damiano sul mercato del lavoro e la precarietà non può che accentuare la nostra critica: insieme alla parziale modifica dei contratti a termine vengono conservati i rapporti di lavoro più precari e ridotti i costi della imprese per il lavoro straordinario.
Con questa proposta è chiaro chi è con le nuove generazioni e chi è contro.
Sono contro proprio coloro i quali nelle ultime settimane hanno evocato il pericolo di uno scontro generazionale tra i giovani precari e i sindacati che difendono i lavoratori. Sono gli stessi che vogliono lasciare i giovani sotto le angherie della legge 30. E portano sempre le stesse argomentazioni: visto l’invecchiamento della popolazione il sistema previdenziale così com’è rischia di non far quadrare i conti, è necessario dunque andare in pensione qualche anno più tardi per garantire ai giovani la possibilità di una pensione in futuro. E’ necessario un sacrificio oggi per garantire un futuro al paese domani. Così hanno detto coloro i quali parlano in nome e per conto dei giovani senza sapere che è difficile per quei giovani che grazie alla precarietà non riescono ad immaginare il loro futuro sacrificarsi per il futuro del paese! E’ un pensiero totalmente sconnesso da quella che oggi è la vera e propria antropologia della precarietà, alla quale non riescono a dare risposte. In questi anni abbiamo imparato a concepire la precarietà non solo come modo di produzione (quello del “just in time” per cui si deve produrre solo ciò di cui c’è bisogno ed esattamente nel momento in cui ce n’è bisogno adattandosi alla mutevole domanda del mercato, ogni spreco va evitato e in quest’ottica un contratto di lavoro stabile è uno spreco, meglio il lavoro flessibile, quello di un mese, quello a chiamata ect..) ma come modo di vivere tutto ripiegato sul presente. Il presente è l’unica dimensione che riesci a gestire e questo cambia il modo concepire sé stesso, il proprio tempo fatto di attimi da consumare sconnessi l’uno dall’altro, le relazioni.
Il “tutto e subito” non è solo il moderno consumismo ma diventa anche una strategia di sopravvivenza.
Il tempo della precarietà ci parla invece, per tornare alle pensioni, di altro: del fatto che le pensioni dei propri nonni e dei propri genitori sono una delle poche garanzie per arrivare a fine mese per tanti giovani e quindi del fatto che non sono i giovani a mantenere gli anziani ma che semmai è il contrario. Inoltre è chiaro che se qualcuno va in pensione, e ci va prima, si libererà prima un posto di lavoro per un giovane.
E allora anziché evocare scontri tra presente e futuro perché non si cerca di conciliarli, semplicemente partendo da una politica che non pensi solo ai numeri ma ai bisogni? Che non pensi solo a “sacralizzare” l’equilibrio di bilancio come fine ultimo ma che consideri gli strumenti di politica economica un mezzo al servizio delle necessità delle persone.
Non ha senso negare la crisi sociale.
Da questo governo ci saremmo aspettati altro: una riforma del mercato del lavoro che permetta al maggior numero possibile di giovani di avere un’occupazione stabile, di scegliere la flessibilità in maniera che sia essa ad adeguarsi alla vita e non il contrario. Nonché una riforma del welfare che non significhi taglio della spesa ma adeguamento ai mutamenti sociali: politiche rivolte ai singoli e non alla famiglia che possano garantire un minimo di autonomia, riconoscimento delle nuove forme di convivenza, diritto alla casa, ai trasporti, alla cultura.
Questi ed altri temi, come le tutela dei beni comuni, la difesa dei territori da opere a cui le comunità si oppongono (TAV, base di Vicenza), la riduzione della spese militari, saranno al centro della manifestazione del 20 ottobre. Una “manifestazione delle manifestazioni” che connetta le lotte di questi mesi in un movimento generale che chiede diverse politiche economiche e sociali. La sinistra, quella che fa la sinistra dovrà farsi portatrice di queste istanze in maniera coerente e determinata.
Tanti elementi ci dicono che questi provvedimenti contraddicono le linee del programma dell’Unione che parlava di abolizione dello scalone e superamento della legge 30.
Rifondazione ha giudicato negativa la revisione dello scalone pur riconoscendo alcuni elementi positivi nell’intesa sulle pensioni (il diritto ad andare in pensione con 40 anni di contributi senza limiti d’età, la riduzione di tre anni dell’età pensionabile per i lavori usuranti, pesanti, notturni, sulla catena di montaggio; ma per questi lavoratori il governo ha introdotto una grave e provocatoria novità, un tetto di 5000 uscite l’anno il che riduce la platea degli interessati), alcuni segnali di equità (una quota di solidarietà per coloro che hanno pensioni alte, il taglio del vitalizio dei parlamentari) e alcune misure per i giovani (la possibilità di colmare i vuoti contributivi per i lavoratori con contratti a termine e il cumulo dei periodi contributivi, il riscatto della laurea).
La proposta di Damiano sul mercato del lavoro e la precarietà non può che accentuare la nostra critica: insieme alla parziale modifica dei contratti a termine vengono conservati i rapporti di lavoro più precari e ridotti i costi della imprese per il lavoro straordinario.
Con questa proposta è chiaro chi è con le nuove generazioni e chi è contro.
Sono contro proprio coloro i quali nelle ultime settimane hanno evocato il pericolo di uno scontro generazionale tra i giovani precari e i sindacati che difendono i lavoratori. Sono gli stessi che vogliono lasciare i giovani sotto le angherie della legge 30. E portano sempre le stesse argomentazioni: visto l’invecchiamento della popolazione il sistema previdenziale così com’è rischia di non far quadrare i conti, è necessario dunque andare in pensione qualche anno più tardi per garantire ai giovani la possibilità di una pensione in futuro. E’ necessario un sacrificio oggi per garantire un futuro al paese domani. Così hanno detto coloro i quali parlano in nome e per conto dei giovani senza sapere che è difficile per quei giovani che grazie alla precarietà non riescono ad immaginare il loro futuro sacrificarsi per il futuro del paese! E’ un pensiero totalmente sconnesso da quella che oggi è la vera e propria antropologia della precarietà, alla quale non riescono a dare risposte. In questi anni abbiamo imparato a concepire la precarietà non solo come modo di produzione (quello del “just in time” per cui si deve produrre solo ciò di cui c’è bisogno ed esattamente nel momento in cui ce n’è bisogno adattandosi alla mutevole domanda del mercato, ogni spreco va evitato e in quest’ottica un contratto di lavoro stabile è uno spreco, meglio il lavoro flessibile, quello di un mese, quello a chiamata ect..) ma come modo di vivere tutto ripiegato sul presente. Il presente è l’unica dimensione che riesci a gestire e questo cambia il modo concepire sé stesso, il proprio tempo fatto di attimi da consumare sconnessi l’uno dall’altro, le relazioni.
Il “tutto e subito” non è solo il moderno consumismo ma diventa anche una strategia di sopravvivenza.
Il tempo della precarietà ci parla invece, per tornare alle pensioni, di altro: del fatto che le pensioni dei propri nonni e dei propri genitori sono una delle poche garanzie per arrivare a fine mese per tanti giovani e quindi del fatto che non sono i giovani a mantenere gli anziani ma che semmai è il contrario. Inoltre è chiaro che se qualcuno va in pensione, e ci va prima, si libererà prima un posto di lavoro per un giovane.
E allora anziché evocare scontri tra presente e futuro perché non si cerca di conciliarli, semplicemente partendo da una politica che non pensi solo ai numeri ma ai bisogni? Che non pensi solo a “sacralizzare” l’equilibrio di bilancio come fine ultimo ma che consideri gli strumenti di politica economica un mezzo al servizio delle necessità delle persone.
Non ha senso negare la crisi sociale.
Da questo governo ci saremmo aspettati altro: una riforma del mercato del lavoro che permetta al maggior numero possibile di giovani di avere un’occupazione stabile, di scegliere la flessibilità in maniera che sia essa ad adeguarsi alla vita e non il contrario. Nonché una riforma del welfare che non significhi taglio della spesa ma adeguamento ai mutamenti sociali: politiche rivolte ai singoli e non alla famiglia che possano garantire un minimo di autonomia, riconoscimento delle nuove forme di convivenza, diritto alla casa, ai trasporti, alla cultura.
Questi ed altri temi, come le tutela dei beni comuni, la difesa dei territori da opere a cui le comunità si oppongono (TAV, base di Vicenza), la riduzione della spese militari, saranno al centro della manifestazione del 20 ottobre. Una “manifestazione delle manifestazioni” che connetta le lotte di questi mesi in un movimento generale che chiede diverse politiche economiche e sociali. La sinistra, quella che fa la sinistra dovrà farsi portatrice di queste istanze in maniera coerente e determinata.
SAGGIO DI GIACOMO SCHETTINI PUBBLICATO SULLA RIVISTA "ALTERNATIVE PER IL SOCIALISMO"
LA DEMOCRAZIA NEL TEMPO DELLE GUERRE E DELLA PRECARIETÀ
GIACOMO SCHETTINI
Si può convenire, non fosse altro per comodità, che la riflessione e il confronto dei contemporanei intorno al rapporto tra democrazia e socialismo ovvero tra democrazia e capitalismo abbiano avuto come punto di riferimento il discorso di Marx, tenuto ad Amsterdam l’8 settembre 1872,’ in cui si rivendicava “l’importanza della lotta dei lavoratori sul terreno politico e sociale contro la vecchia società che crolla”, si affermava che per raggiungere lo “scopo” i mezzi non dovessero essere dappertutto identici, si riconosceva la rilevanza delle istituzioni, delle tradizioni, dei costumi nei vari Paesi e che, quindi, esistevano paesi in cui i lavoratori avrebbero potuto raggiungere i loro scopi con mezzi pacifici. Su questo terreno si svolsero le ricerche e gli approdi di molti marxisti, socialisti, comunisti e, tra questi, di Kautsky e di Bemstein. La rivista Problemi del Socialismo fu uno degli strumenti dell’elaborazione di questa tendenza soprattutto negli anni 1897-98. Contro questa tendenza si schierarono sia Lenin che, pur con diverse motivazioni, Rosa Luxemburg.2 Questa opponeva alla teoria della possibile transizione democratica al socialismo un’analisi che approdava all’incompatibilità del capitalismo con la democrazia. La borghesia avrebbe soppresso la democrazia, quando avesse sentito assediati da questa i suoi interessi. Un’eco preoccupata di questo assedio risuona in alcune pagine di Tocqueville, fino ad assumere la forza di una vera e propria filosofia della prassi che, attraverso l’elaborazione raffinata di un Cari Schmitt o di quella più direttamente operante di un Luman, ha alimentato, nel tempo del neoliberismo, la destrutturazione della democrazia e le pratiche riduzionistiche e decisionistiche. Fascismo e nazismo soppressero la democrazia, dando ragione alla Luxemburg. Il fallimento delle rivoluzioni e dei modelli sociali, sorti da insurrezioni, testimonia a favore di Kautsky e di Bernstein.
Una precisazione necessaria Non è superfluo precisare, a scanso di equivoci, che T’incompatibilità tra democrazia e capitalismo non rappresenta un carattere originario del capitalismo, né una necessità storica, ma un prodotto storicamente determinato delle forme e degli scopi che il capitalismo va assumendo nel vivo di una dialettica sociale e di un gioco di forze materiali e immateriali, ormai a dimensione planetaria. Insomma, mano a mano che le lotte dei lavoratori cercavano di rovesciare l’originario “uguali perché liberi” della Rivoluzione francese nel “liberi perché uguali” del movimento operaio dell’800-900, crescevano i dubbi, le paure e quindi, l’aggressività delle borghesie nei confronti della democrazia, fino a farsi fascismo e nazismo. La stagione dei Consigli che, differenziando ciò che c’è da differenziare, ancora una volta porta ad incontrare Rosa Luxemburg e Antonio Gramsci, era il tentativo di dare al soggetto storico della sorgente produzione fordista gli strumenti per l’esercizio dell’egemonia e, per questa via strutturare uno Stato che si identificasse con la società civile (Gramsci) o in essa si estinguesse (Luxemburg) . La morte di quella stagione e, sul versante dell’Ottobre russo, dell’esperienza dei Soviet, anche se non fu l’unica causa, certamente favorì l’avvio di una fase, come dire, emulativa e, perciò, declinante del socialismo realizzato. La contrapposizione piano-mercato e l’assunzione della tecnica come capacità illimitata di raggiungere scopi e soddisfare bisogni, combinate con la dittatura del Comitato centrale e con la competizione militare, integravano un modello biecamente quantitativo a fatale prospettiva di crollo. Oggi, non è superfluo ridirlo, ci dobbiamo misurare con il passaggio dall’organizzazione taylorista-fordista a quella informatica-cognitiva. Ho fatto questi sommari e contratti riferimenti, non per dare un quadro esauriente dei precedenti teorici, ma per accennare ad uno scrupolo metodologico: “scorgere il futuro attraverso il passato” e vivere il “presente come Storia”. Il secondo dopoguerra si è aperto e svolto, per un lungo periodo, sullo sfondo di una anomalia: la conventio ad excludendum del Pci e una reale egemonia culturale del Pci e delle sinistre, ciò che accresce e non riduce le loro responsabilità. Fino ai primi anni Settanta, la contraddizione tra capitalismo e democrazia ha avuto un andamento favorevole alle conquiste democratiche e sociali. Queste conquiste, però, erano segnate da vizi gravi, che poi ne provocheranno la crisi: l’equilibrio del terrore, il carattere quantitativo dello sviluppo, l’impronta patriarcale delle relazioni tra i sessi, un deficit di autonomia individuale e collettiva, una scarsa disposizione al riconoscimento e alla comunicazione tra le differenze. L’ispirazione gramsciana guidò l’azione del Pci soprattutto in riferimento alla democrazia progressiva, formula togliattiana, ma di ascendenza gramsciana, come terreno di transizione, di conquista di casematte, di organizZ zione del “novello principe”, dell “intellettuale collettivo” (il partito nuovo, di massa) e delle sue lotte, di esercizio dell’egemonia. Gramsci non fu seguito, purtroppo, nella parte più matura e ancora feconda delle sue riflessioni filosofiche e del suo revisionismo non ancora sufficientemente scandagliato. Mi riferisco alla sua interpretazione del marxismo, non tanto come teoria della giustizia, quanto come teoria della libertà, alla sua idea della politica che, a un certo punto di maturità delle contraddizioni, deve incontrare l’etica. Rosa Luxemburg, in polemica rispetto alla teoria dell’adattamento” di Bernstein, rilevava che il carattere immaturo, cioè non mondiale, delle contraddizioni permetteva ancora “l’adattamento”. Una volta sulle frontiere del mondo, contraddizioni avrebbero posto l’autaut: socialismo o barbarie. Qui la politica e l’etica si compenetrano. Oggi contraddizioni hanno raggiunto questo stadio, tanto da presentarsi addirittura come frattura. Richiederebbero una risposta forte della politica e della democrazia, ma queste soffrono crisi profonda in cui il capitalismo globale e il neoliberismo, pur con le loro Contraddizioni, le hanno precipitate. Una crisi che viene da lontano, ma dopo l’ottantanove ha assunto un carattere organico, non accidentale, di fase storica.
L’illusione di Bernsteln L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali; la forza delle multinazionali, dei centri di potere finanziario (Fondo monetario, Banca mondiale, Wto, Bce); la perdita di rappresentanza del lavoro; la esasperata singolarizzazione dei consumi e persino delle utopie; la colonizzazione delle menti e delle coscienze; la produzione di senso comune e di stili di vita omologati subalterni; l’assorbimento nell’apparato simbolico dominante degli elementi costitutivi della democrazia: il consenso si fa plebiscito, la conoscenza si fa sondaggio, la partecipazione consapevole si fa populismo, spesso la politica si fa spettacolo e i politici si fanno maschere: una profonda rivoluzione passiva. Tutto questo e altro ancora sta alla base dello svuotamento della democrazia e, a ben vedere, anche del riformismo. Bernstein fondava il teorema del riformismo sulla convinzione che lo sviluppo della democrazia avrebbe messo in crisi il capitalismo, invece, come si è visto, il capitalismo ha messo in crisi la democrazia. Il riformismo in Italia è stato segnato dalla peculiarità della nostra storia. “La irrazionale composizione demografica”, in cui operavano da zavorra i “pesi”, i “pensionati della storia” (Gramsci), fa da sfondo alla fragile egemonia della borghesia, che si è venuta costituendo nel lungo periodo, a ridosso del clero e delle rendite. E le rendite sono venute assumendo forme storicamente determinate: dalla rendita agraria a quella fondiaria e, da ultimo, a quelle finanziarie in cui hanno giocato e giocano un ruolo determinante la politica e il potere.
La politica e il potere hanno assunto il carattere di fattori della produzione: mercificazione della politica e politicizzazione dell’economia si sono combinate e hanno contribuito a strutturare blocchi sociali e politici, “blocchi storici”. Questo ambiente storico politico ha conferito al compromesso socialdemocratico, che nel Nord Europa si è realizzato in forma compiuta,6 una carattere “anomalo” e, insieme, ha impresso alle riforme economiche (più minacciate che attuate) un potenziale dirompente in ordine agli assetti di potere. Valga un esempio: la rottura del blocco agrario, determinata dalle lotte per la terra alla fine degli anni Quaranta, non fu caratterizzata soltanto dalla distribuzione delle terre ma anche e soprattutto dal ricambio delle classi dirigenti: i braccianti, i contadini, gli operai sostituivano gli agrari e i “Luigini” di leviana memoria nelle cariche di sindaci nei comuni interessati da quelle lotte. E questo ricambio non fu soltanto di personale politico, ma soprattutto di interessi rappresentati. Su questo terreno si comprende meglio la forza del Pci e del suo ruolo rispetto alla debolezza della socialdemocrazia. Così come si dovrebbero comprendere, ancora oggi, la necessità e il ruolo di una sinistra antagonista e “l’impotenza del riformismo” a cui, perciò, appare velleitario e sbagliato rimediare con la costituzione del Partito democratico. Questo, stando ai suoi elementi fondativi, dovrebbe continuare il “riformismo” nella versione povera, quella tutta gestionale e tutta acconciata nell’esistente. E ancora, il sistema guerra-precarietà sta elaborando un tipo umano, come peraltro già il fordismo aveva fatto. Mutano i rapporti con il mondo emotivo, il corpo, la natura, il lavoro: su tutto dominano il consumo, la mecificazione, l’arrembaggio o l’abulia. Muta il rapporto col tempo: esso è contratto nel presente.7 Orazio, Leopardi, Nietsche si sono seduti e ci hanno fatto sedere sulla soglia dell’attimo per reggere l’idea del naufragio nel nulla, la precarietà, il pensiero unico ingabbiano nel presente perché non vi è una prospettiva da coltivare. E senza futuro la democrazia, luogo della progettazione, viene ridotta a involucro vuoto.8 Hanno fatto un deserto. Ma il deserto è, nella simbologia biblica e mitica, anche il luogo dei profeti, dei messia e, più laicamente, della nottola di Minerva. Si incontra, qui, con un riferimento solo formalmente diverso, la contraddizione che fu contestata a Marx: se la classe operaia, le lavoratrici e i lavoratori subiscono un processo così profondo di alienazione, di mercificazione e, noi potremmo aggiungere, di scorificazione, come possono farsi protagonisti della liberazione di ciascuno e di tutti o, guardando al presente, della costituzione di una nuova democrazia? La risposta è nota: l’uomo e la donna sono merci speciali, conservano, al peggio, brandelli di coscienza su cui si innesta la consapevolezza critica di massa e da cui riparte la dialettica sociale storica. Questa risposta, nell’epoca dell’irruzione del fattore cognitivo e delle donne nel mercato, si carica di nuovi significati e di nuove potenzialità. Un solo esempio: la precarietà è privazione di lavoro, di casa, di famiglia ecc, ma è anche, con tutte le ambiguità, privazione di dipendenza, di obbedienza e, dunque, questa condizione potrebbe risolversi in una maggiore disponibilità alla padronanza di sé e all’antagonismo. Questo è il terreno della politica, che deve misurarsi con vecchi e nuovi spazi. Lo spazio tradizionale della politica è stato quello compreso tra i bisogni e le istituzioni o, se si preferisce, tra i desideri e le norme. I bisogni negli ultimi 20- 25 anni hanno subito, nell’ambito di quella più generale della Storia, una mutazione, che segna la nostra epoca: da elaborazione sociale, i bisogni, sono stati ridotti nel senso comune, a determinazioni della natura, della biologia. E se i bisogni sono un fatto naturale e biologico, essi non richiedono politica, progetti, elaborazioni e relazioni sociali, ma esperti, tecnici e arida gestione. Uno stato e un’economia di derivazione naturale e biologica producono e usano un “uomo senza qualità”. Nel senso opposto, però, al modello umano di Musil: questo, proprio perché non pietrificato nel “segno”, nell’attimo e nell’angoscia dell’imprevedibile come l’uomo econonomico, amministrativo e precario dei nostri giorni, sapeva misurarsi con l’ordine molecolare del diamante e con il disordine della nuvola, con l’esattezza della matematica e con il tumulto dell’anima. Insomma deve essere ridefinito lo spazio della politica. Nel tempo del lavoro cognitivo, dell’economia della conoscenza, della vita del corpo soprattutto della donna come laboratorio del capitalismo del futuro (Sara Ongaro),9 la politica deve anticipare la sua azione al momento della formazione dei bisogni e del loro adattamento alla produzione. La ricostruzione dell’agire politico Qui si misura la insufficienza della democrazia rappresentativa, per altro profondamente in crisi, ed emerge il bisogno prevalente dell’intervento dal basso.’° Sul terreno della ricostituzione della politica e della democrazia partecipata si profila il nuovo orizzonte della trasformazione sociale. Il “gattomorto” della trasformazione sociale, a dispetto di molti ammazzagatti torna a vivere, soprattutto per merito dei movimenti altermondisti, della cultura e della pratiche femministe e di nuove letture del pensiero rivoluzionario. Produce ancora una forte stretta emotiva la lettera di Claudio Napoleoni ad Augusto del Noce, dell’aprile del 1988,11 in cui perviene, con- dividendola con Del Noce, alla drammatica idea dell”autodissolvimento del pensiero rivoluzionario”. Marx non fu aiutato dall’economia, a cui si rivolse, non perché, essendo materialista doveva dare risalto alla base materiale della storia umana, ma per costituire il lato soggettivo e il lato oggettivo della dialettica storica: un soggetto, cioè, che fa da sé la propria storia, ma la fa in condizioni determinate: sfruttamento e teoria del crollo, che erano posti a fondamento del materialismo storico traevano la loro ragione dalla teoria ricardiana del valore-lavoro. Questa teoria è “falsa”, dice Claudio Napoleoni, e in campo non stanno sfruttatori e sfruttati, ma la “cosa”, la società tecnocratica, che assorbe nei suoi meccanismi tutti i soggetti. E allora la domanda che pone a Del Noce è: quale politica per uscire dalla società tecnocratica, posto che nella politica debba essere ricompresa la rivoluzione? Non bisogna riprendere a ragionare anche intorno al rapporto politica-religione? Non si sfugge ad alcune inquietanti suggestioni, dall’intervista di Heiddeger, del 1966, “Ora solo un dio può salvarci”, alla teologia della liberazione e, su tutt’altro fronte, al fondamentalismo islamico. Quando “la tendenza fondamentale del nostro tempo”,12 cioè l’organizzazione tecnologica della produzione e della vita si fonda sull’immateriale e quando l’elettronica, le nanotecnologie, le manipolazioni hanno come campo d’azione il corpo della donna e dell’uomo, si avverte tutta l’importanza dell’attenzione di Napoleoni alla dimensione soggettiva, sovrastrutturale: alla razionalità, alla coscienza certo, ma anche al loro oltre, al sacro.
Quell’estremo “cercare ancora” dà rimorsi. Ernesto De Martino racconta che nel quartiere “La Rabatana” di Tricarico, abitata da contadini e braccianti poveri, si verificò una diffusa conversione alla religione evangelista come risposta al cattolicesimo, religione degli agrari. Quella umanità umile e orgogliosa dopo poco elesse a sindaco di Tricarico il poeta socialcomunista Rocco Scotellaro. Altro che “religione oppio dei popoli”! Che cosa e come produrre Questi riconoscimenti al pensiero di Napoleoni non intendono circoscrivere l’esperienza, la ricerca alla sfera soggettiva. Anche la base materiale del marxismo è stata rivisitata in modo fecondo. Ne sono una eloquente testimonianza i saggi di Bellofiore e Garibaldo.’ Il capitalismo centralizza i comandi tecnici e disperde e frantuma il mondo del lavoro, la globalizzazione, il modello asiatico, la politica monetaria continuano a produrre “quell’infernale mulinello legato alla terna lavoratore spaventato- risparmiatore terrorizzato - consumatore indebitato”, che crea un situazione medita, rilevabile soprattutto negli Usa. A questo stato di cose non si risponde col keynesismo, né col conflittualismo ingenuo dell’incompatibilità salariale, avverte Bellofiore. Bisogna rispolverare gli strumenti dell’analisi marxiana del “valore”: “il denaro come capitale, il lavoro vivo come sorgente del neo valore.
Dunque un’analisi di classe che si prolunghi in un intervento di politica economica, che ponga immediatamente in primo piano il problema del che cosa del come produrre. Una ridefinizione strutturale dell’offerta e della domanda, che assuma il punto di vista del lavoro come centrale”. Torna anche dal versante strutturale la possibilità, se non più la necessità, della trasformazione, della ricomposizione del mondo del lavoro. In questo processo un ruolo decisivo svolgono già le donne lavoratrici. Esse portano “al mercato” i problemi di cura, della maternità e, così facendo, i ritmi, le forme della sfera riproduttiva, pur tra mille difficoltà, possono contribuire a trasformare la qualità dell’ambito produttivo (Lia Cigarini).’ C’è, mi pare, una contraddizione, non fondamentale, nell’immediato. Gramsci sosteneva che il soggetto o i soggetti storici (... ma è il caso nostro?) debbono essere egemoni anche prima di andare al governo o di prendere il potere. Il nostro partito e la sinistra riformista sono al governo mentre l’egemonia è ancora nelle mani del capitalismo. La contraddizione c’è non si deve eludere. La scelta di agire in un rapporto ravvicinato con forze portatrici di interessi divaricati e a volte confliggenti con quelli di cui noi siamo rappresentanti è giusta, anzi necessaria. Il modo in cui stiamo nelle contraddizioni va sottoposto a una elaborazione e a una verifica permanenti. Una pratica, anzi una prassi feconda ai fini dell’alternativa consiste, lo sappiamo, nello stare dentro e insieme oltre le contraddizioni. “Oltre” significa “autonomia”.
L’autonomia, però, è un metodo, e il metodo o si incorpora in contenuti paradigmatici significativi osi riduce a patrimonio dei nullatenenti, come diceva un pessimo maestro. Faccio qualche esempio: la pace, la non-violenza nel tempo dell’arma universale e della manipolazione del Dna. Viviamo e operiamo nel pieno svolgimento di una transizione di egemonia, come se ne sono verificate altre poche nel corso di oltre cinque secoli, l’Olanda sulle città-stato, l’Impero britannico’ sull’Olanda, gli Stati Uniti sull’Impero britannico. Tutte svoltesi con esiti catastrofici, perché le nazioni egemoni declinanti hanno imboccato la via della guerra invece che della mediazione con le nazioni ad egemonia emergente. La guerra preventiva rappresenta lo strumento di una politica a prospettiva catastrofica, questa volta a dimensione planetaria. La qualità della politica e del potere
Ecco perché la critica del governo alla guerra preventiva assume un valore strategico rilevante, ma non sufficientemente rilevato. Altri contenuti discriminanti riguardano la difesa e la valorizzazione del lavoro; la qualità delle relazioni nella società, dando spazio all’altro sguardo sulla realtà, all’altro linguaggio di cui è capace il mondo femminile, con l’ambiente; la natura pubblica dei beni comuni, dei componenti non negoziabili della vita e della conoscenza.Quando la sostanza delle contraddizioni e dell’impegno politico, oltre che democratico, attinge l’estrema frontiera della salvaguardia della specie umana e della biosfera, allora le contraddizioni domandano risposte che non possono esaurirsi in un atto, in un voto, in un provvedimento, ma debbono avere il carattere della costruzione, del processo. Così l’impegno politico si deve incontrare gramscianamente con l’etica, si deve fare riforma intellettuale e morale. L’egemonia della sinistra si ricostruisce sui fondamenti e sulla loro proiezione pratica, sulle grandi coordinate dell’altra società: con al centro la persona umana e la sua liberazione, il rispetto dei viventi non umani. L’uguaglianza, come nella più alta tradizione della cultura europea è e deve restare il punto di riferimento della libertà. Ma essa non può essere concepita come una categoria universale, come un valore grigio, ma deve essere vissuta nella sua articolazione, nelle sue differenze, nel suo carattere sessuato. Insomma si deve profilare un orizzonte strategico dentro cui collocare la quotidianità e dentro cui far agire con coerenza i soggetti politici della trasformazione. In questa opera, ardua ed insieme possibile, sono centrali i movimenti, i quali, pur dando rappresentanza a bisogni ed istanze separate, sono portatori di una grande domanda di cambiamento generale. La scelta necessitata della non-violenza non esprime una linea di convivenza pacificata tra forti e deboli, sarebbe altrimenti una scelta a favore dei forti, ma significa la volontà di costruire ed animare conflitti sociali “civilizzati”. In discussione, dunque, è la qualità della politica, della democrazia, del potere, perché essa riflette e cura prevalentemente bisogni singolarizzati e interessi particolari. La politica, se così stanno le cose, deve costituire e aprire spazi, in cui, attraverso l’intervento delle donne e degli uomini, della loro intelligenza, sensibilità, corporeità, si pervenga a una elaborazione e interpretazione collettive del significato di “interesse generale”che non possono essere delegate soltanto alle assemblee elettive e, tanto meno, agli esecutivi.
Anche la domanda, reale e diffusa, di unità delle sinistre nuove, non da esigenze organizzative, ma da istanze sociali e culturali frustrate e sconfitte, a cui occorre fornire in tempo utile risposte e cittadinanza. Ha ragione chi sostiene che nella costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra, bisogna valorizzare il patrimonio socialista del ventesimo secolo e che va sottoposta a severa critica l’esperienza del comunismo, soprattutto di quello reale, ma non solo. Sarebbe, però, una concessione gratuita al revisionismo povero, se si decretasse o accettasse che una darnnatio memoriae si abbattesse in particolare su quel corpo di teorie e di pratiche che grandi intellettuali, anche di ispirazione non marxista, chiamarono “Umanesimo comunista”, la cui “inattualità”, non per obosolescenza ma per ingiustizia, direbbe George Steiner’ è una delle possibili ragioni del “pensiero triste”. •
GIACOMO SCHETTINI
Si può convenire, non fosse altro per comodità, che la riflessione e il confronto dei contemporanei intorno al rapporto tra democrazia e socialismo ovvero tra democrazia e capitalismo abbiano avuto come punto di riferimento il discorso di Marx, tenuto ad Amsterdam l’8 settembre 1872,’ in cui si rivendicava “l’importanza della lotta dei lavoratori sul terreno politico e sociale contro la vecchia società che crolla”, si affermava che per raggiungere lo “scopo” i mezzi non dovessero essere dappertutto identici, si riconosceva la rilevanza delle istituzioni, delle tradizioni, dei costumi nei vari Paesi e che, quindi, esistevano paesi in cui i lavoratori avrebbero potuto raggiungere i loro scopi con mezzi pacifici. Su questo terreno si svolsero le ricerche e gli approdi di molti marxisti, socialisti, comunisti e, tra questi, di Kautsky e di Bemstein. La rivista Problemi del Socialismo fu uno degli strumenti dell’elaborazione di questa tendenza soprattutto negli anni 1897-98. Contro questa tendenza si schierarono sia Lenin che, pur con diverse motivazioni, Rosa Luxemburg.2 Questa opponeva alla teoria della possibile transizione democratica al socialismo un’analisi che approdava all’incompatibilità del capitalismo con la democrazia. La borghesia avrebbe soppresso la democrazia, quando avesse sentito assediati da questa i suoi interessi. Un’eco preoccupata di questo assedio risuona in alcune pagine di Tocqueville, fino ad assumere la forza di una vera e propria filosofia della prassi che, attraverso l’elaborazione raffinata di un Cari Schmitt o di quella più direttamente operante di un Luman, ha alimentato, nel tempo del neoliberismo, la destrutturazione della democrazia e le pratiche riduzionistiche e decisionistiche. Fascismo e nazismo soppressero la democrazia, dando ragione alla Luxemburg. Il fallimento delle rivoluzioni e dei modelli sociali, sorti da insurrezioni, testimonia a favore di Kautsky e di Bernstein.
Una precisazione necessaria Non è superfluo precisare, a scanso di equivoci, che T’incompatibilità tra democrazia e capitalismo non rappresenta un carattere originario del capitalismo, né una necessità storica, ma un prodotto storicamente determinato delle forme e degli scopi che il capitalismo va assumendo nel vivo di una dialettica sociale e di un gioco di forze materiali e immateriali, ormai a dimensione planetaria. Insomma, mano a mano che le lotte dei lavoratori cercavano di rovesciare l’originario “uguali perché liberi” della Rivoluzione francese nel “liberi perché uguali” del movimento operaio dell’800-900, crescevano i dubbi, le paure e quindi, l’aggressività delle borghesie nei confronti della democrazia, fino a farsi fascismo e nazismo. La stagione dei Consigli che, differenziando ciò che c’è da differenziare, ancora una volta porta ad incontrare Rosa Luxemburg e Antonio Gramsci, era il tentativo di dare al soggetto storico della sorgente produzione fordista gli strumenti per l’esercizio dell’egemonia e, per questa via strutturare uno Stato che si identificasse con la società civile (Gramsci) o in essa si estinguesse (Luxemburg) . La morte di quella stagione e, sul versante dell’Ottobre russo, dell’esperienza dei Soviet, anche se non fu l’unica causa, certamente favorì l’avvio di una fase, come dire, emulativa e, perciò, declinante del socialismo realizzato. La contrapposizione piano-mercato e l’assunzione della tecnica come capacità illimitata di raggiungere scopi e soddisfare bisogni, combinate con la dittatura del Comitato centrale e con la competizione militare, integravano un modello biecamente quantitativo a fatale prospettiva di crollo. Oggi, non è superfluo ridirlo, ci dobbiamo misurare con il passaggio dall’organizzazione taylorista-fordista a quella informatica-cognitiva. Ho fatto questi sommari e contratti riferimenti, non per dare un quadro esauriente dei precedenti teorici, ma per accennare ad uno scrupolo metodologico: “scorgere il futuro attraverso il passato” e vivere il “presente come Storia”. Il secondo dopoguerra si è aperto e svolto, per un lungo periodo, sullo sfondo di una anomalia: la conventio ad excludendum del Pci e una reale egemonia culturale del Pci e delle sinistre, ciò che accresce e non riduce le loro responsabilità. Fino ai primi anni Settanta, la contraddizione tra capitalismo e democrazia ha avuto un andamento favorevole alle conquiste democratiche e sociali. Queste conquiste, però, erano segnate da vizi gravi, che poi ne provocheranno la crisi: l’equilibrio del terrore, il carattere quantitativo dello sviluppo, l’impronta patriarcale delle relazioni tra i sessi, un deficit di autonomia individuale e collettiva, una scarsa disposizione al riconoscimento e alla comunicazione tra le differenze. L’ispirazione gramsciana guidò l’azione del Pci soprattutto in riferimento alla democrazia progressiva, formula togliattiana, ma di ascendenza gramsciana, come terreno di transizione, di conquista di casematte, di organizZ zione del “novello principe”, dell “intellettuale collettivo” (il partito nuovo, di massa) e delle sue lotte, di esercizio dell’egemonia. Gramsci non fu seguito, purtroppo, nella parte più matura e ancora feconda delle sue riflessioni filosofiche e del suo revisionismo non ancora sufficientemente scandagliato. Mi riferisco alla sua interpretazione del marxismo, non tanto come teoria della giustizia, quanto come teoria della libertà, alla sua idea della politica che, a un certo punto di maturità delle contraddizioni, deve incontrare l’etica. Rosa Luxemburg, in polemica rispetto alla teoria dell’adattamento” di Bernstein, rilevava che il carattere immaturo, cioè non mondiale, delle contraddizioni permetteva ancora “l’adattamento”. Una volta sulle frontiere del mondo, contraddizioni avrebbero posto l’autaut: socialismo o barbarie. Qui la politica e l’etica si compenetrano. Oggi contraddizioni hanno raggiunto questo stadio, tanto da presentarsi addirittura come frattura. Richiederebbero una risposta forte della politica e della democrazia, ma queste soffrono crisi profonda in cui il capitalismo globale e il neoliberismo, pur con le loro Contraddizioni, le hanno precipitate. Una crisi che viene da lontano, ma dopo l’ottantanove ha assunto un carattere organico, non accidentale, di fase storica.
L’illusione di Bernsteln L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali; la forza delle multinazionali, dei centri di potere finanziario (Fondo monetario, Banca mondiale, Wto, Bce); la perdita di rappresentanza del lavoro; la esasperata singolarizzazione dei consumi e persino delle utopie; la colonizzazione delle menti e delle coscienze; la produzione di senso comune e di stili di vita omologati subalterni; l’assorbimento nell’apparato simbolico dominante degli elementi costitutivi della democrazia: il consenso si fa plebiscito, la conoscenza si fa sondaggio, la partecipazione consapevole si fa populismo, spesso la politica si fa spettacolo e i politici si fanno maschere: una profonda rivoluzione passiva. Tutto questo e altro ancora sta alla base dello svuotamento della democrazia e, a ben vedere, anche del riformismo. Bernstein fondava il teorema del riformismo sulla convinzione che lo sviluppo della democrazia avrebbe messo in crisi il capitalismo, invece, come si è visto, il capitalismo ha messo in crisi la democrazia. Il riformismo in Italia è stato segnato dalla peculiarità della nostra storia. “La irrazionale composizione demografica”, in cui operavano da zavorra i “pesi”, i “pensionati della storia” (Gramsci), fa da sfondo alla fragile egemonia della borghesia, che si è venuta costituendo nel lungo periodo, a ridosso del clero e delle rendite. E le rendite sono venute assumendo forme storicamente determinate: dalla rendita agraria a quella fondiaria e, da ultimo, a quelle finanziarie in cui hanno giocato e giocano un ruolo determinante la politica e il potere.
La politica e il potere hanno assunto il carattere di fattori della produzione: mercificazione della politica e politicizzazione dell’economia si sono combinate e hanno contribuito a strutturare blocchi sociali e politici, “blocchi storici”. Questo ambiente storico politico ha conferito al compromesso socialdemocratico, che nel Nord Europa si è realizzato in forma compiuta,6 una carattere “anomalo” e, insieme, ha impresso alle riforme economiche (più minacciate che attuate) un potenziale dirompente in ordine agli assetti di potere. Valga un esempio: la rottura del blocco agrario, determinata dalle lotte per la terra alla fine degli anni Quaranta, non fu caratterizzata soltanto dalla distribuzione delle terre ma anche e soprattutto dal ricambio delle classi dirigenti: i braccianti, i contadini, gli operai sostituivano gli agrari e i “Luigini” di leviana memoria nelle cariche di sindaci nei comuni interessati da quelle lotte. E questo ricambio non fu soltanto di personale politico, ma soprattutto di interessi rappresentati. Su questo terreno si comprende meglio la forza del Pci e del suo ruolo rispetto alla debolezza della socialdemocrazia. Così come si dovrebbero comprendere, ancora oggi, la necessità e il ruolo di una sinistra antagonista e “l’impotenza del riformismo” a cui, perciò, appare velleitario e sbagliato rimediare con la costituzione del Partito democratico. Questo, stando ai suoi elementi fondativi, dovrebbe continuare il “riformismo” nella versione povera, quella tutta gestionale e tutta acconciata nell’esistente. E ancora, il sistema guerra-precarietà sta elaborando un tipo umano, come peraltro già il fordismo aveva fatto. Mutano i rapporti con il mondo emotivo, il corpo, la natura, il lavoro: su tutto dominano il consumo, la mecificazione, l’arrembaggio o l’abulia. Muta il rapporto col tempo: esso è contratto nel presente.7 Orazio, Leopardi, Nietsche si sono seduti e ci hanno fatto sedere sulla soglia dell’attimo per reggere l’idea del naufragio nel nulla, la precarietà, il pensiero unico ingabbiano nel presente perché non vi è una prospettiva da coltivare. E senza futuro la democrazia, luogo della progettazione, viene ridotta a involucro vuoto.8 Hanno fatto un deserto. Ma il deserto è, nella simbologia biblica e mitica, anche il luogo dei profeti, dei messia e, più laicamente, della nottola di Minerva. Si incontra, qui, con un riferimento solo formalmente diverso, la contraddizione che fu contestata a Marx: se la classe operaia, le lavoratrici e i lavoratori subiscono un processo così profondo di alienazione, di mercificazione e, noi potremmo aggiungere, di scorificazione, come possono farsi protagonisti della liberazione di ciascuno e di tutti o, guardando al presente, della costituzione di una nuova democrazia? La risposta è nota: l’uomo e la donna sono merci speciali, conservano, al peggio, brandelli di coscienza su cui si innesta la consapevolezza critica di massa e da cui riparte la dialettica sociale storica. Questa risposta, nell’epoca dell’irruzione del fattore cognitivo e delle donne nel mercato, si carica di nuovi significati e di nuove potenzialità. Un solo esempio: la precarietà è privazione di lavoro, di casa, di famiglia ecc, ma è anche, con tutte le ambiguità, privazione di dipendenza, di obbedienza e, dunque, questa condizione potrebbe risolversi in una maggiore disponibilità alla padronanza di sé e all’antagonismo. Questo è il terreno della politica, che deve misurarsi con vecchi e nuovi spazi. Lo spazio tradizionale della politica è stato quello compreso tra i bisogni e le istituzioni o, se si preferisce, tra i desideri e le norme. I bisogni negli ultimi 20- 25 anni hanno subito, nell’ambito di quella più generale della Storia, una mutazione, che segna la nostra epoca: da elaborazione sociale, i bisogni, sono stati ridotti nel senso comune, a determinazioni della natura, della biologia. E se i bisogni sono un fatto naturale e biologico, essi non richiedono politica, progetti, elaborazioni e relazioni sociali, ma esperti, tecnici e arida gestione. Uno stato e un’economia di derivazione naturale e biologica producono e usano un “uomo senza qualità”. Nel senso opposto, però, al modello umano di Musil: questo, proprio perché non pietrificato nel “segno”, nell’attimo e nell’angoscia dell’imprevedibile come l’uomo econonomico, amministrativo e precario dei nostri giorni, sapeva misurarsi con l’ordine molecolare del diamante e con il disordine della nuvola, con l’esattezza della matematica e con il tumulto dell’anima. Insomma deve essere ridefinito lo spazio della politica. Nel tempo del lavoro cognitivo, dell’economia della conoscenza, della vita del corpo soprattutto della donna come laboratorio del capitalismo del futuro (Sara Ongaro),9 la politica deve anticipare la sua azione al momento della formazione dei bisogni e del loro adattamento alla produzione. La ricostruzione dell’agire politico Qui si misura la insufficienza della democrazia rappresentativa, per altro profondamente in crisi, ed emerge il bisogno prevalente dell’intervento dal basso.’° Sul terreno della ricostituzione della politica e della democrazia partecipata si profila il nuovo orizzonte della trasformazione sociale. Il “gattomorto” della trasformazione sociale, a dispetto di molti ammazzagatti torna a vivere, soprattutto per merito dei movimenti altermondisti, della cultura e della pratiche femministe e di nuove letture del pensiero rivoluzionario. Produce ancora una forte stretta emotiva la lettera di Claudio Napoleoni ad Augusto del Noce, dell’aprile del 1988,11 in cui perviene, con- dividendola con Del Noce, alla drammatica idea dell”autodissolvimento del pensiero rivoluzionario”. Marx non fu aiutato dall’economia, a cui si rivolse, non perché, essendo materialista doveva dare risalto alla base materiale della storia umana, ma per costituire il lato soggettivo e il lato oggettivo della dialettica storica: un soggetto, cioè, che fa da sé la propria storia, ma la fa in condizioni determinate: sfruttamento e teoria del crollo, che erano posti a fondamento del materialismo storico traevano la loro ragione dalla teoria ricardiana del valore-lavoro. Questa teoria è “falsa”, dice Claudio Napoleoni, e in campo non stanno sfruttatori e sfruttati, ma la “cosa”, la società tecnocratica, che assorbe nei suoi meccanismi tutti i soggetti. E allora la domanda che pone a Del Noce è: quale politica per uscire dalla società tecnocratica, posto che nella politica debba essere ricompresa la rivoluzione? Non bisogna riprendere a ragionare anche intorno al rapporto politica-religione? Non si sfugge ad alcune inquietanti suggestioni, dall’intervista di Heiddeger, del 1966, “Ora solo un dio può salvarci”, alla teologia della liberazione e, su tutt’altro fronte, al fondamentalismo islamico. Quando “la tendenza fondamentale del nostro tempo”,12 cioè l’organizzazione tecnologica della produzione e della vita si fonda sull’immateriale e quando l’elettronica, le nanotecnologie, le manipolazioni hanno come campo d’azione il corpo della donna e dell’uomo, si avverte tutta l’importanza dell’attenzione di Napoleoni alla dimensione soggettiva, sovrastrutturale: alla razionalità, alla coscienza certo, ma anche al loro oltre, al sacro.
Quell’estremo “cercare ancora” dà rimorsi. Ernesto De Martino racconta che nel quartiere “La Rabatana” di Tricarico, abitata da contadini e braccianti poveri, si verificò una diffusa conversione alla religione evangelista come risposta al cattolicesimo, religione degli agrari. Quella umanità umile e orgogliosa dopo poco elesse a sindaco di Tricarico il poeta socialcomunista Rocco Scotellaro. Altro che “religione oppio dei popoli”! Che cosa e come produrre Questi riconoscimenti al pensiero di Napoleoni non intendono circoscrivere l’esperienza, la ricerca alla sfera soggettiva. Anche la base materiale del marxismo è stata rivisitata in modo fecondo. Ne sono una eloquente testimonianza i saggi di Bellofiore e Garibaldo.’ Il capitalismo centralizza i comandi tecnici e disperde e frantuma il mondo del lavoro, la globalizzazione, il modello asiatico, la politica monetaria continuano a produrre “quell’infernale mulinello legato alla terna lavoratore spaventato- risparmiatore terrorizzato - consumatore indebitato”, che crea un situazione medita, rilevabile soprattutto negli Usa. A questo stato di cose non si risponde col keynesismo, né col conflittualismo ingenuo dell’incompatibilità salariale, avverte Bellofiore. Bisogna rispolverare gli strumenti dell’analisi marxiana del “valore”: “il denaro come capitale, il lavoro vivo come sorgente del neo valore.
Dunque un’analisi di classe che si prolunghi in un intervento di politica economica, che ponga immediatamente in primo piano il problema del che cosa del come produrre. Una ridefinizione strutturale dell’offerta e della domanda, che assuma il punto di vista del lavoro come centrale”. Torna anche dal versante strutturale la possibilità, se non più la necessità, della trasformazione, della ricomposizione del mondo del lavoro. In questo processo un ruolo decisivo svolgono già le donne lavoratrici. Esse portano “al mercato” i problemi di cura, della maternità e, così facendo, i ritmi, le forme della sfera riproduttiva, pur tra mille difficoltà, possono contribuire a trasformare la qualità dell’ambito produttivo (Lia Cigarini).’ C’è, mi pare, una contraddizione, non fondamentale, nell’immediato. Gramsci sosteneva che il soggetto o i soggetti storici (... ma è il caso nostro?) debbono essere egemoni anche prima di andare al governo o di prendere il potere. Il nostro partito e la sinistra riformista sono al governo mentre l’egemonia è ancora nelle mani del capitalismo. La contraddizione c’è non si deve eludere. La scelta di agire in un rapporto ravvicinato con forze portatrici di interessi divaricati e a volte confliggenti con quelli di cui noi siamo rappresentanti è giusta, anzi necessaria. Il modo in cui stiamo nelle contraddizioni va sottoposto a una elaborazione e a una verifica permanenti. Una pratica, anzi una prassi feconda ai fini dell’alternativa consiste, lo sappiamo, nello stare dentro e insieme oltre le contraddizioni. “Oltre” significa “autonomia”.
L’autonomia, però, è un metodo, e il metodo o si incorpora in contenuti paradigmatici significativi osi riduce a patrimonio dei nullatenenti, come diceva un pessimo maestro. Faccio qualche esempio: la pace, la non-violenza nel tempo dell’arma universale e della manipolazione del Dna. Viviamo e operiamo nel pieno svolgimento di una transizione di egemonia, come se ne sono verificate altre poche nel corso di oltre cinque secoli, l’Olanda sulle città-stato, l’Impero britannico’ sull’Olanda, gli Stati Uniti sull’Impero britannico. Tutte svoltesi con esiti catastrofici, perché le nazioni egemoni declinanti hanno imboccato la via della guerra invece che della mediazione con le nazioni ad egemonia emergente. La guerra preventiva rappresenta lo strumento di una politica a prospettiva catastrofica, questa volta a dimensione planetaria. La qualità della politica e del potere
Ecco perché la critica del governo alla guerra preventiva assume un valore strategico rilevante, ma non sufficientemente rilevato. Altri contenuti discriminanti riguardano la difesa e la valorizzazione del lavoro; la qualità delle relazioni nella società, dando spazio all’altro sguardo sulla realtà, all’altro linguaggio di cui è capace il mondo femminile, con l’ambiente; la natura pubblica dei beni comuni, dei componenti non negoziabili della vita e della conoscenza.Quando la sostanza delle contraddizioni e dell’impegno politico, oltre che democratico, attinge l’estrema frontiera della salvaguardia della specie umana e della biosfera, allora le contraddizioni domandano risposte che non possono esaurirsi in un atto, in un voto, in un provvedimento, ma debbono avere il carattere della costruzione, del processo. Così l’impegno politico si deve incontrare gramscianamente con l’etica, si deve fare riforma intellettuale e morale. L’egemonia della sinistra si ricostruisce sui fondamenti e sulla loro proiezione pratica, sulle grandi coordinate dell’altra società: con al centro la persona umana e la sua liberazione, il rispetto dei viventi non umani. L’uguaglianza, come nella più alta tradizione della cultura europea è e deve restare il punto di riferimento della libertà. Ma essa non può essere concepita come una categoria universale, come un valore grigio, ma deve essere vissuta nella sua articolazione, nelle sue differenze, nel suo carattere sessuato. Insomma si deve profilare un orizzonte strategico dentro cui collocare la quotidianità e dentro cui far agire con coerenza i soggetti politici della trasformazione. In questa opera, ardua ed insieme possibile, sono centrali i movimenti, i quali, pur dando rappresentanza a bisogni ed istanze separate, sono portatori di una grande domanda di cambiamento generale. La scelta necessitata della non-violenza non esprime una linea di convivenza pacificata tra forti e deboli, sarebbe altrimenti una scelta a favore dei forti, ma significa la volontà di costruire ed animare conflitti sociali “civilizzati”. In discussione, dunque, è la qualità della politica, della democrazia, del potere, perché essa riflette e cura prevalentemente bisogni singolarizzati e interessi particolari. La politica, se così stanno le cose, deve costituire e aprire spazi, in cui, attraverso l’intervento delle donne e degli uomini, della loro intelligenza, sensibilità, corporeità, si pervenga a una elaborazione e interpretazione collettive del significato di “interesse generale”che non possono essere delegate soltanto alle assemblee elettive e, tanto meno, agli esecutivi.
Anche la domanda, reale e diffusa, di unità delle sinistre nuove, non da esigenze organizzative, ma da istanze sociali e culturali frustrate e sconfitte, a cui occorre fornire in tempo utile risposte e cittadinanza. Ha ragione chi sostiene che nella costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra, bisogna valorizzare il patrimonio socialista del ventesimo secolo e che va sottoposta a severa critica l’esperienza del comunismo, soprattutto di quello reale, ma non solo. Sarebbe, però, una concessione gratuita al revisionismo povero, se si decretasse o accettasse che una darnnatio memoriae si abbattesse in particolare su quel corpo di teorie e di pratiche che grandi intellettuali, anche di ispirazione non marxista, chiamarono “Umanesimo comunista”, la cui “inattualità”, non per obosolescenza ma per ingiustizia, direbbe George Steiner’ è una delle possibili ragioni del “pensiero triste”. •
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