venerdì 6 giugno 2008

SI INIZIA A RESPIRARE ARIA DI LIBERTA'

Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell'ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.
Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l'uno né l'altro.
Tutto l'episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : "non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana" , "è finita la pacchia", "l'Italia non è più il Paese delle meraviglie".
Gli agenti hanno fatto salire tutti gli uomini su un cellulare, solo un uomo marocchino, mostrando la carta di identità italiana, si è rifiutato di salire, chiedendo di che cosa veniva accusato e che avrebbe fatto riferimento al suo avvocato. Gli agenti l'hanno lasciato andare.
Nessuno dei passeggeri rimasti sull'autobus è intervenuto, anzi, molte delle persone presenti, anche sui balconi delle case intorno e sui marciapiedi, hanno applaudito.
Ci aspettiamo che venga fatta chiarezza e che non si ripeta mai più un simile episodio in un Paese che si dichiara civile e democratico.


ASSOCIAZIONE ALMATERRA

martedì 3 giugno 2008

Sinistra, porte aperte nei prossimi congressi

di Elisabetta Piccolotti *

Mio padre non ha mai sopportato il suo lavoro. Almeno da quando, già cinquantenne, l'azienda gli ha cambiato mansione: da operaio elettricista a operatore del call-center. A un certo punto ha cominciato a aspettare, e ancora aspetta, la pensione. Ricordo il suo commento, a cena, quando a ogni cambio di governo la data del suo pensionamento, si spostava un po' più in là: «Sono di sinistra, se domani mi metto a produrre cappelli nasceranno esseri umani senza testa».
Nei miei ricordi è con questa stessa litania che mi racconto le sconfitte della sinistra negli ultimi 20 anni, il mondo che ci è cambiato intorno, i tessuti sociali implosi, i comportamenti collettivi diventati individuali e solitari.

Qualche anno fa, quando la politica e la sinistra mi hanno conquistata, andare all'assemblea dei compagni la sera era per me un modo per dire a mio padre che poteva essere diverso. Quando è arrivata la «batosta», come la chiama la Rossanda, confesso di aver pensato anch'io come papà: ci siamo messi a fare la sinistra unita e la sinistra tutta è fuori dal Parlamento. Anzi peggio: è fuori dal suo stesso popolo. Al suo posto c'è la destra peggiore, nei palazzi del potere così come in quelli dei quartieri popolari.
Ora vorrei che ci fermassimo tutti a ragionare sul come riconquistare tanti e tante alla convinzione che il mondo può essere diverso e che la propria condizione individuale ha a che fare con la politica e la storia, con l'agire e la lotta collettiva. Invece, come nota la Rossanda, non sembra affatto che sia questo l'assillo primario nel dibattito della sinistra. Ognuno va per conto suo e pensa di poter risolvere il problema discutendo tra sé e sé. La massima aspirazione pare quella di cambiare alcune tessere con altre. La domanda «che cos'è oggi la politica?» - ma anche «di chi è la politica»? - è cancellata dal dibattito. Inesistente nella prassi. Il rischio che incombe sui prossimi congressi dei partiti della sinistra è quello di dare per scontato il senso del proprio agire per gettarsi liberamente nella tattica congressuale.
Questo discorso vale anche per il Prc, in cui tutti sembriamo occupati più a rassicurare i nostri iscritti che a sviluppare gli elementi analitici necessari in una prospettiva di lungo periodo. Ascoltiamo una sfilza di domande retoriche e risposte scontate. Siamo fuori dai movimenti? Basta tornarci. La sinistra mette in gioco il partito? Basta impedirlo. Le identità storiche della sinistra sono in crisi? Basta riaffermarle. Drammatica l'esperienza di governo? Staremo all'opposizione per 20 anni. Dopo non essere stati capaci di interpretare politicamente «la massa di scontento e dolore che corre nelle società affluenti», come dice Rossanda, siamo ora intenti a gareggiare per interpretare a nostro uso, nei congressi, scontentezza che alberga, legittimamente, nei militanti e negli attivisti del nostri rispettivi partiti.
Ma quella «massa di scontento» e quel disorientamento hanno una matrice politica. Chiedono prospettiva e condivisione, non contingenza e rassicurazione. Se non otterranno risposte adeguate, prevarrà la tentazione del riflusso e della sottrazione. Saranno gli stessi iscritti a porsi, giustamente la domanda finale di Rossana Rossanda: «Se no, francamente, che ci importa del suo congresso?».
Allora bisogna che il nostro congresso sia aperto, che tanti e tante si facciano spazio, anche di prepotenza, nel nostro dibattito. Nessuna politica ri-creata può nascere solo dallo sforzo volontaristico di cambiare se stessi. Nessuno oggi può sentirsi «luogo di sintesi». Tanto meno in assenza di una lettura approfondita dei mutamenti del capitalismo contemporaneo, della crisi della globalizzazione, delle identità nel lavoro e fuori dal lavoro.
Una generazione intera sta vivendo e soffrendo gli effetti delle politiche neoliberiste. Non è solo precaria: è dispersa, è irriconosciuta e irriconoscibile, senza più rapporto con le generazioni precedenti e le loro narrazioni. E' subordinata a altri nelle scelte del sindacato, dei partiti, delle istituzioni. Non è questione di rinnovamento generazionale. Qui l'età dei ministri o dei deputati non c'entra nulla. C'entra l'essere in grado o meno di capire cosa quella generazione sta vivendo. C'entra l'avvertire come un assillo reale il diventare soggetto politico organizzatore di conflitto sociale tra i precari, il chiedersi come farlo, l'indagare la microfisica di un conflitto che pure c'è, e le forme di sopravvivenza che aiutano quella generazione a resistere. A cavarsela, a galleggiare spesso sopra la corrente, a curare affetti e progetti senza pensare al futuro.
Tutto questo l'abbiamo chiamato «eterno presente». Allora è nel presente che dobbiamo ricostruire la sinistra, praticare il rinnovamento, lavorare criticamente sulla rappresentanza, mettere al lavoro energie e pensieri, tanti, non solo quelli del Prc, che da soli non bastano più. Dovremmo già essere occupati a organizzare l'opposizione a questo governo. Non è scontato che sia la sinistra politica il centro propulsivo di questa opposizione che non è una formula magica: anche all'opposizione si corre un rischio di marginalizzazione, minoritarismo, inefficacia.
Non possiamo dare per scontato proprio niente. Il terreno è tutto da conquistare, e non esistono ripari. Le condizioni politiche vanno ricostruite dalle fondamenta. Può il Prc farlo da solo? A me non pare. Credo che sia invece necessario sviluppare, negli anni di dura opposizione che ci aspettano e nel campo devastato della sinistra intera, un processo e una ricerca costituenti. «Un lavoro comune di indagine e proposta, in tempi non vaghi e né intermittenti, in luoghi non precari, in azioni mirate e allargate nel breve e medio termine». A Rossanda che chiede se ce la sentiamo di misurarci su questo, spero che il Prc abbia il coraggio di dire che sì, se la sente, per oggi e per domani.
Il congresso almeno serva a questo.

* portavoce naz. Giovani comunisti/e

lunedì 19 maggio 2008

Hanno voluto censurare la nostra iniziativa sull'antifascismo. Lettera al sindaco di Potenza

Egr. sig. sindaco,
le scriviamo questa lettera per porla a conoscenza di uno spiacevole fatto accaduto venerdì sera in Piazza Duca della Verdura in occasione di una iniziativa politica da noi organizzata sull'antifascismo e sulla cocente questione giovanile. Problema, quest'ultimo, fondamentale che dovrebbe oggi interrogare non solo le diverse comunità politiche ma la società intera. Ed è compito comune provare a dare delle risposte.
Ebbene, ieri sera un tenente della polizia municipale ha fatto di tutto per mandare a monte un iniziativa di tale peso politico e morale. Dapprima chiedendo licenze e permessi non necessari ( dai diritti siae per la musica auto-prodotta a improbabili permessi ed autorizzazioni rilasciate dalla polizia ) suscitando un clima di tensione tra i molti ragazzi lì presenti. E, come spesso succede, appellandosi ad una formalità che da strumento di tutela diventa purtroppo arma di privazione, è stato trovato il cavillo: l'impianto da noi portato ( impianto è un modo di dire visto che erano due semplici casse per mettere musica) e l'impianto elettrico che il comune di Potenza, attraverso una richiesta di autorizzazione di suolo pubblico ci aveva già concesso, non erano idonei e sottoposti a collaudo.
Non vogliamo recriminare procedure burocratiche pesanti e forse anche finalizzate al fallimento di iniziative di informazione a costo zero, ma, poiché lei oltre ad essere il primo cittadino è un autorevole personaggio politico crediamo che sia il caso di riflettere sulla gravità politica che questo atto ha causato. Come ben sa la nostra Repubblica è nata proprio dallo slancio antifascista che un popolo intero (e non una singola parte come oggi qualcuno dice) ha determinato. Anche la Basilicata è stata una protagonista di questa lotta di liberazione, interi comuni ( matera e rionero ), personaggi autorevoli hanno pagato un prezzo salato per costruire una società libera dalle catene del ventennio fascista.
A più di sessantanni di quell'epilogo oggi assistiamo ad eventi sconcertanti in tutta Italia. Il terribile massacro del ragazzo a Verona, le spedizioni punitive fatte a Roma, aggressioni a comunità nomadi ed a migranti, atti di bullismo finalizzati all'umiliazione, una modalità quotidiana di relazioni violente e spesso feroci, devono imporre a chi cerca di migliorare la vita di una comunità un rigore di analisi ed una pratica politica seria e pedagogica.
Chi ci dice che l'individualismo sfrenato, che oggi è il pilastro di questa nostra società, non possa sfociare in un rigurgito intollerante anche in una città come la nostra?
È compito della politica cercare di ridisegnare una prospettiva, un'alternativa di vita fondata su un modo diverso di intendere lo stare insieme, il rapporto con l'altro da sé, l'idea di salvaguardare la collettività, la cura e l'amore con cui bisogna affrontare certi problemi che minano la vita delle giovani generazioni, il futuro della città che dobbiamo insieme costruire.
Ma spetta anche alla politica la tutela di quei lavoratori e di quelle lavoratrici che hanno il compito di monitorare e di garantire il rispetto della vita comune, la credibilità delle istituzioni.
Per questi motivi crediamo che iniziative come quella che abbiamo promosso venerdì hanno un valore importante, stare dentro le piaghe della società per cercare di modificare dal basso un senso comune che pare orientato verso una direzione altamente preoccupante. Ma bisogna evitare che si ripetano censure come quella che abbiamo subito.
Autorità non è sinonimo di autoritarismo.
Cosa hanno pensato quelle ragazze e quei ragazzi che si sono visti vietare un pacifico e costruttivo momento di riflessione e di festa? Non crede che il rapporto tra governanti e governati si sia irrigidito con un atto unilaterale da parte di chi, in quel momento, rappresentava le istituzioni? Bisogna lavorare da entrambe le parti se si vuol riottenere quel rapporto fiduciario che oggi spesso manca soprattutto tra i giovani. Questa, è forse la sfida più difficile che ci attende: far sì che la politica e di riflesso le istituzioni possano tornare ad essere considerati dalle nuove generazioni come strumenti necessari per la vita democratica, come luoghi da riempire con la partecipazione e l'impegno, e non fardelli corporativi, inutili gruppi di potere, “casta”.
Inoltre c'è un di più che non va trascurato.
La Basilicata è tra le prime regioni in Italia circa il consumo di droghe pesanti. Molte ragazzi e molti ragazzi non hanno strumenti per soddisfare la sete di cultura, di creatività, di svago. Anche in questa città mancano luoghi preposti a ciò. Mancano strutture di iniziativa libera, laboratori in cui il potenziale giovanile possa tradursi in pratiche per il miglioramento della comunità. Molto spesso i giovani vanno via dalla nostra città non solo per l'assenza di un lavoro stabile e gradito, ma anche per questa grave mancanza.
Se le individualità non si incontrano, parlano, solidarizzano sui problemi comuni, provano a dare risposte condivise a quell'analfabetismo emotivo così ben descritto nell'ultima opera di Umberto Galimberti, se non si divertono, si incontrano, si innamorano, se non vivono tutte le contraddizioni della vita, credo che la nostra città corra il rischio di pagare un prezzo molto alto. Una società che limita i propri giovani è una società destinata nell'immediato futuro a perire.
Ridefiniamo nuovi spazi pubblici di relazione, ripartiamo dalle piazze come luoghi di incontro e di socialità, proviamo discutere insieme sugli innumerevoli questioni che caratterizzano le nostre vite. Restiamo vivi tra i ragazzi di strada diceva un noto poeta, solo così ridaremo senso alla nostra azione politica.
Osservando il suo lavoro quotidiano ci rendiamo conto che anche lei sente questo problema come prioritario, per questo siamo convinti che su questo punto potremo trovare delle convergenze importanti.

Distinti saluti
Coordinamento dei giovani della Sinistra
(seguono firme)

venerdì 16 maggio 2008

ANTIFASCISTI SEMPRE


giovedì 8 maggio 2008

::Giovani Comunisti/e: costruire la sinistra nell’opposizione costituente:::

La sconfitta de “La Sinistra L’Arcobaleno”, e delle forze politiche della sinistra nel nostro paese, è netta e inequivocabile. La situazione che ci viene consegnata da questa tornata elettorale è inedita: della sinistra è cancellata la rappresentanza parlamentare, è seriamente messo in discussione l’insediamento sociale, ne sono disorientati gli uomini e le donne, gli attivisti e i militanti. Ogni prospettiva politica necessita quindi di una profonda riflessione e assunzione di responsabilità: da un lato è necessario comprendere le ragioni della sconfitta, dall’altro invece è indispensabile indagare i mutamenti profondi del quadro politico e delle forme della politica in questo paese. Quello che esce dalle urne è infatti un paese profondamente mutato: l’assetto parlamentare non può non essere frutto di un vero e proprio smottamento sociale, di uno slittamento a destra che ha accompagnato le politiche neoliberiste degli ultimi decenni e la conseguente riduzione della politica a tecnica amministrativa e di governo. Il successo della politica della individualizzazione, della paura, del corporativismo, della competizione sociale è strabordante, e sommato alle nostre mancanze, riduce al 3,2% ‘La Sinistra L’Arcobaleno’ e consegna la sconfitta al Pd di Veltroni. Ciò che ora sentiamo con più forza è la consapevolezza della drammatica insufficienza delle pratiche e dei tentativi che negli ultimi anni abbiamo portato avanti per preservare un nesso fra sociale e politico. Dove questo nesso continua a vivere nell’elaborazione aperta e non identitaria, come ad esempio nell’esperienza sociale di Action e dei municipi romani, rimane aperto lo spiraglio per la ricostruzione del significato della parola ‘sinistra’. Nel frattempo il paese scopre che molti degli operai sindacalizzati del nord hanno votato per la Lega: è lo stesso paese che li ha ignorati quando con la cieca politica economica del governo Prodi ogni redistribuzione è stata negata, ogni possibilità di politiche d’alternativa cancellata a priori. In un deserto di prospettiva così eclatante ciò che travolge la dimensione collettiva e politica del corpo sociale è la chiusura nella dimensione territoriale, la scorciatoia della competizione violenta contro ogni diversità, il giustizialismo, la sfiducia nella politica come motore del cambiamento. In particolare su quel nord, che oggi si sente rappresentato e tutelato dalla Lega, e a cui la sinistra tutta e Rifondazione Comunista riesce sempre meno a parlare, va aperta anche nella nostra organizzazione una discussione in grado di articolare analisi e proposta adeguate.Di questo La Sinistra L’Arcobaleno, e Rifondazione Comunista, hanno pagato lo scotto e probabilmente ne hanno sottovalutato la potenza e la spirale: l’inefficacia della sinistra al governo si tramuta immediatamente nella sua riduzione a pura rappresentazione, nel peggiore dei casi identitaria, che mima e contemporaneamente dimentica l’intrapresa materiale di percorsi di liberazione collettivi. Di certo possiamo ammettere con chiarezza di esserci sbagliati quando abbiamo affermato che la coalizione di centro-sinistra poteva essere permeabile alle spinte dei poderosi movimenti del ciclo precedente: a questo nostro progetto è stato sostituito quello dell’ imposizione dall’alto di un quadro bipartitista, come uscita dalla transizione italiana aperta all’inizio degli anni ’90, con al centro la nascita del Partito Democratico. Per questa via, con l’esito delle elezioni, anche la sovranità, la forma partito novecentesca, il significato del ‘fare politica’, il rapporto tra esecutivo e parlamento, la grande questione della rappresentanza: tutto è oggi diverso e mutato, frammentato, ridotto a rivolo nel grande fiume di una campagna elettorale che ha segnato un passaggio profondo, storico e di senso.In questa temperie una parte delle nostre responsabilità va riconosciuta nell’insufficienza del nostro progetto di trasformazione: un’insufficienza teorica e pratica che oggi impone a tutti l’apertura di un grande dibattito nel paese, nei partiti, nelle organizzazioni sociali, nei tanti territori e movimenti che della sinistra alternativa sono e continueranno ad essere l’ossatura. Le responsabilità del gruppo dirigente del partito sono grandi e vanno giustamente riconosciute a tutto campo nella loro dimensione collettiva: nei ruoli di direzione nel partito, in quelli nel governo e nel parlamento. Il congresso di Rifondazione Comunista, che giustamente è stato immediatamente convocato, deve essere uno dei tanti luoghi dove questo dibattito potrà vivere, anche alimentandosi di ciò che intorno e fuori di noi continua a proporci punti di vista, sperimentazioni ed esperienze significative. Il profondo rinnovamento dei gruppi dirigenti, non solo su base generazionale ma soprattutto a partire dalla pluralità dei percorsi, e la loro composizione nel congresso con processi decisionali chiari, democratici e partecipati, come le liste aperte, che potrebbero rompere ogni meccanismo di cooptazione, è un patrimonio da cui ripartire, importante per l’intera sinistra italiana. La critica del potere deve essere agita anche al nostro interno, al fine di rompere l’autoreferenzialità e separatezza dei gruppi dirigenti, che rischia di rendere impossibile recuperare la capacità del partito di avere una reale rappresentanza sociale, come dimostrato dal risultato elettorale. Anche il congresso che abbiamo di fronte lascia perplessi, tra di noi e nella sinistra diffusa, con le modalità e l’esito che sono stati impostati nell’ultimo cpn, nella misura in cui rischia il confronto politico rischia di divenire secondario rispetto allo scontro fra gruppi dirigenti. Per questo motivo ci sentiamo di auspicare un maggiore sforzo di unitarietà nella costruzione del congresso, non tanto e solo sulle forme, ma invece a partire da un reale dibatto sui contenuti e gli esiti, di cui chiediamo la massima chiarezza. Allo stesso tempo lavoriamo perché vengano avanzate proposte di radicale riforma degli organismi dirigenti al fine di facilitare la partecipazione di tutti i compagni e le compagne alla formazione delle decisioni, così come chiediamo che sia possibile emendare dal basso e dai territori le mozioni congressuali, senza legare gli emendamenti alla rappresentanza congressuale. Eppure nel rivedere nel congresso tutti i passi che fin qui abbiamo compiuto, gli errori e le scelte invece giuste, ciò che non siamo disposti a perdere è il bagaglio di cultura politica che abbiamo costruito da Genova 2001 fino allo scorso congresso di Venezia. La cessione di sovranità, la critica del potere, la contaminazione con i movimenti, la sperimentazione di pratiche orizzontali, il ‘fare società’, tutto ciò che ha sempre permesso ai Giovani Comunisti, e anche alla stessa Rifondazione, di non rinchiudersi in nessun recinto ideologico, di non pensarsi anacronisticamente come luogo della sola sintesi possibile, e di essere quindi una soggettività aperta e innervata di politica vissuta. Ripartire dai Giovani Comunisti è quindi per noi fondamentale, perché pensiamo la nostra cultura e pratica politica importante per delineare il profilo della sinistra che verrà. Profilo che è sicuramente mancato a ‘La Sinistra L’Arcobaleno’, fin dalle modalità della sua costruzione: ogni ipotesi federativa e di partito unico, che quindi ha come presupposto principale la confluenza di diversi partiti, è per noi superata dallo stato dei fatti, dall’indisponibilità di molte delle altre forze politiche organizzate, a mettersi in discussione e partecipare ad un percorso innovativo di riforma delle politica. Oggi quello che è in gioco è però non solo la rappresentanza politica della sinistra ma la sua ragione d’essere, il suo significato profondo, iscritto nella possibilità reale di cambiare il mondo. E’ a partire da qui che guardiamo alla rimessa in campo della nostra soggettività politica: la sinistra italiana deve rinascere e disegnare il suo profilo nella costruzione dell’opposizione alle politiche di una destra sempre più regressiva, autoritaria e populista. Le condizioni in cui nell’opposizione dobbiamo cercare di rigenerare il nesso, ormai scisso, tra sociale e politico non sono semplici: le soggettività che agiranno nel quadro di opposizione al governo Berlusconi saranno molteplici, come il sindacato ma anche il movimento di Beppe Grillo. Rimettere la nostra soggettività al centro della costruzione del corpo sociale della sinistra non è scontato, necessita di grande capacità di proposta, apertura e relazione, soprattutto di una riflessione sicuramente più pregnante sui soggetti della trasformazione. Eppure decidiamo di accettare la sfida: l’opposizione deve essere in questo senso costituente, una costituente dello spazio pubblico d’alternativa, unico luogo in cui pensiamo debba nascere un soggetto della sinistra in Italia. Intendiamo l’apertura non solo sul versante immediatamente identitario, ma sul metodo: non solo per i contenuti e i valori che si promuovono ma anche per le modalità relazionali con cui questi valori dovranno confrontarsi in una cultura dominante molto distante dalla nostra. Rifondazione Comunista è e dovrà necessariamente essere uno dei protagonisti principali di questo percorso. Tuttavia, proprio a partire dall’analisi e dall’innovazione che abbiamo prodotto da Genova in poi, innanzitutto grazie alla nostra internità ai movimenti, continuiamo ad essere convinti, non solo dell’insufficienza del nostro partito, ma anche della necessità di una sua trasformazione, che lo renda adeguato ad affrontare le sfide poste dal tempo presente.Abbiamo ancora l’ambizione di costruire un progetto della sinistra che non nasca semplicemente sull’accordo tra gruppi dirigenti e strutture organizzate, ma che si fondi invece sulla libera partecipazione dei singoli e delle singole ad un processo costituente, e che abbia la sua centralità nel territorio e nell’analisi e nella conoscenza delle profonde trasformazioni che lo hanno attraversato, che subordini anche temporalmente il livello nazionale alla nascita dei tanti processi costituenti territoriali. Un soggetto politico della sinistra che, a partire dai territori e da un nuovo mutualismo, sia in grado di essere esso stesso promotore ed organizzatore di nuovi legami e conflitti sociali, e di costruire, qui ed ora, l’alternativa al modello di sviluppo dominante. Uno dei nostri errori è stato infatti quello di non aver aperto processi costituenti dentro il ciclo ascendente dei movimenti ma di fatto tardivamente e dall’alto come accordo di mediazione politica fra gruppi dirigenti. Anche per questo oggi sappiamo che il nuovo soggetto dell’alternativa non può che nascere dalla materialità delle condizioni dei soggetti sociali e dei suoi conflitti. Per farlo abbiamo bisogno degli strumenti per interpretare il capitalismo attuale e contemporaneamente di non limitarci alla semplice utilità della nostra azione a soggetti che agiscono socialmente, fuori e separatamente da noi. Senza tutto questo, il rischio più immediato che abbiamo di fronte è quello di divenire un soggetto minoritario, non solo nella società, ma anche all’interno dei movimenti di opposizione al governo, alle politiche e alle culture delle destre. Avviamo quindi una ricerca da far vivere in spazi pubblici di discussione e di iniziativa politica, fuori e dentro l’organizzazione, nelle decine di “network giovani” territoriali, nelle tante case della sinistra che abbiamo autogestito in questa campagna elettorale. Proponiamo di tentare la costruzione di un’assemblea nazionale, connotata socialmente e generazionalmente, di tutte le soggettività che insieme a noi da anni ragionano sulla crisi della sinistra a partire dall’attivismo sociale, dalla liberazione di spazi, dalla costruzioni di reti.Una ricerca che deve necessariamente coinvolgere e dare voce e protagonismo decisionale a tutti quei soggetti sociali (dai lavoratori stabili e precari, ai migranti, agli studenti, alle donne, come a tutti coloro che hanno costruito e attraversato il movimento glbtq e i movimenti per i diritti civili), che troppo spesso evochiamo nelle nostre analisi, senza riuscire a costruire con essi ambiti collettivi permanenti.Una ricerca che non può essere separata dall’attualità politica e sociale di questo paese governato saldamente dalle destre, forti come non mai di un consenso popolare cresciuto anche sulle ceneri della sinistra, della sua inadeguatezza a rispondere alla quotidiana paura e precarietà delle esistenze.Non vogliamo perdere un minuto di più per costruire un’opposizione sociale costituente della nuova sinistra. Opposizione che indica senza tentennamenti la strada del conflitto e quella della contaminazione, quella dell’innovazione delle forme organizzate della politica e quella del radicamento sociale. Per farlo è nostra intenzione praticare l’autonomia dei e delle Giovani Comunisti/e, non nel senso della separatezza dal partito, ma invece nel suo vero significato, quello della capacità di autodeterminare la tua agenda, le tue forme e priorità e attraversando il congresso da protagonisti e non da spettatori, facendo vivere nelle scelte e nel confronto questa nostra posizione condivisa e autonoma.
Giovani Comuniste/i
Coordinamento Nazionale

martedì 22 aprile 2008

da CHI L'HA VISTO di ieri sera

NOTA STAMPA SU PRESUNTA SCOMPARSA O ARRUOLAMENTO

In merito a presunte notizie che danno per finito Resistat, lo staff del medesimo smentisce con forza. Come ricorda il politologo vicino ai GC Potentini è necessario digerire, Resistat ha digerito senza ruttare in faccia agli altri commensali, ma lo staff tutto ha deciso di prendersi una breve pausa, nella quale non si è tuttavia estinta l’analisi e la sperimentazione. Riguardo ai frati, e per rimanere in tema digestivo, per avere un’idea del rapporto coi i suddetti e Resistat, consigliamo di guardare “i racconti di Canterbury” del noto regista vicino alle posizioni di Resistat che, con scuzziana memoria, definì lo staff dei sondaggianti “diavoli!!”, per quanto riguarda la legione straniera va detto che Resistat si pone l’obbiettivo dell’azzeramento dei confini, pertanto non esistono stranieri. Pertanto Resistat continuerà a fare quello che ha fatto. Oltre all’analisi da pochi giorni Resistat propina dei quesiti su www.sinistralucana.org, resta infine in attesa di poter analizzare con la solita meticolosità il prossimo quesito proposto da www.gcpotenza.blogspot.com .

UFFICIO STAMPA ResIsTAt
PER LA SINISTRA DELL’UMILTÀ E DELL’ASCOLTO,
SENZA VERTICISMI.

lunedì 21 aprile 2008

commento sulle elezioni

siamo stati sommersi da lettere ( da tutta europa) per chiedere un commento sulle elezioni. noi lo facciamo attraverso le parole di un famoso politilogo che riportiamo qui sotto ( condividiamo soprattutto l'ultima frase...).
chiaramente continuiamo con il nostro 3% nell'idea di costruire una sinistra unitaria.
se non ora...quando??

http://www.youtube.com/watch?v=1rEcf4B4UNU